Innovazione Ideologica vs. Innovazione Tecnologica

Di Nello Ceccon

 

Ho appena letto uno studio commissionato da un ente governativo dal titolo “Progetto Impresa Innovativa”, ed il primo pensiero è stato “Stiamo lavorando con la metodologia dell’analisi, in cui le cause e gli effetti si concatenano in modo lineare”.

La mia prima osservazione è che la vera innovazione avviene invece per “salti”, per “intuizioni” piuttosto che per “deduzioni”, tutto il resto è miglioramento continuo. Dove vogliamo andare?

La strada del miglioramento continuo è sicuramente quella che porta efficienza e risultati a breve termine, e Dio solo sa quanto ce ne sia di bisogno qui in Italia. L’innovazione, intesa come Trasferimento Tecnologico è doverosa, e qui le aziende di consulenza, di organizzazione, le ITC possono essere di grande aiuto. In questo campo, nel nostro paese, però siamo degli “inseguitori” e non degli innovatori.

Una strada che va integrata alla prima è quella di perseguire dei veri e propri “salti” o “cambi” di tecnologie e non solo. La società non si avvale esclusivamente di tecnologie, ad esempio il mondo dello spettacolo non è tecnologico, anzi, viene penalizzato dalla tecnologia per quanto riguarda i diritti d’autore. Un altro campo che non è esclusivamente tecnologico è quello del turismo: quanto di questi due settori vanno a comporre il PIL Italiano?

 

L’innovazione ha una via d’accesso tecnologica, ma ha anche una via d’accesso che riguarda esclusivamente le idee. Un altro esempio che mi viene in mente è la fabbrica dello spettacolo che gira intorno agli Studios di Los Angeles. I grandi autori del cinema hanno avuto la tecnologia come fonte di ispirazione dei loro capolavori? Credo che molto spesso abbiano preceduto le tecnologie!

La componente tecnologica è importante, ma non è sufficiente per determinare il successo di una qualsiasi Industry. La vera spinta innovativa deriva dalle idee, dalla capacità che può avere un certo ambiente di generare e sviluppare nuovi concetti, di forgiare nuovi paradigmi, di creare nuovi movimenti di persone.

 

Il limite delle imprese italiane è quello di non avere grandi idee, di non avere ambienti di “fertilizzazione incrociata”, oramai sono in mano a proprietari della seconda o terza generazione, che ovviamente non possono avere le competenze per creare idee innovative.

La Tecnologia è come una commodity, che dobbiamo avere, ma non è la vera innovazione. Altrimenti facciamo lo stesso ragionamento dei nostri politici degli anni sessanta, hanno costruito enormi infrastrutture, porti, autostrade nel sud Italia, ma non sono riusciti a costruire la cultura d’impresa, ed hanno, in parte, fallito nell’obiettivo di dare un tessuto industriale a quelle zone.

 

L’innovazione passa attraverso la capacitò di creare nuove idee, e qui entra in campo il fattore umano. Un vero progetto di innovazione deve favorire e saper utilizzare la spinta creativa delle persone, deve perciò dare un metodo o essere d’ispirazione per generare nuove idee e favorirne l’applicazione. Deve inoltre facilitare il lavoro di gruppo, deve creare ambienti diffusi in cui “il nuovo” non faccia paura e soprattutto deve favorire la raccolta delle idee che vengono generate.

Raccogliere non significa investire in grandi progetti, significa prima di tutto apprezzare ciò che viene creato da altri, e significa lasciare spazio alle grandi visioni per il futuro. Il trasferimento più importante non è quello tecnologico, a mio avviso, ma è il trasferimento del nostro potere creativo ed innovativo in maniera diffusa alle persone.

Quanti di noi si sentono innovatori nel proprio lavoro? –Quanti lasciano spazio alle innate capacità creative di cui sono dotati?

Ci sono degli ambienti che facilitano questo, al di là delle poche Think Tank che esistono in Italia?

La cultura innovativa e creativa deve essere sostenuta, valorizzata e diffusa a tutti i livelli, dall’ultimo anello della catena produttiva, fino ai grandi comitati di gestione delle imprese.

Mi viene da dire che dobbiamo sostituire il determinismo materialista-tecnologica, che ancora pregna molti nostri ambienti, con l’innovazione ideologica, con la presa di coscienza che la nostra società può ancora creare delle “visioni”, delle grandi idee su cui fare ruotare il mondo.

L’impresa italiana ha “paura” delle nuove idee, ha paura di delegare il potere creativo a gruppi o singoli individui. Preferisce sovrintendere, dettare le linee guida, dettare le proprie visioni, piuttosto che affacciarsi all’ignoto, alle cose sconosciute.

 

 

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